Sunday, February 17, 2008

Manifestazione in occasione della giornata della lingua materna, 21 febbraio 2008

Il 21 febbraio 2008 l’associazione radicale “Esperanto”

in occasione della Giornata Internazionale della Lingua Madre

dalle ore 15 alle ore 17

a Roma davanti all’Ambasciata Britannica in Via XX Settembre angolo Via Palestro

organizza la

1^ MANIFESTAZIONE D’INDIPENDENZA DALLA LINGUA INGLESE

Oggi, l’ utilizzo massificato e sempre più esclusivo della lingua inglese, alla cui conoscenza viene obbligato un numero sempre maggiore di persone e popoli, non solo continua a provocare la perdita di funzionalità e progressiva scomparsa di lingue minoritarie ma rappresenta una forte minaccia per tutte le lingue e per l’intero ecosistema linguistico-culturale della terra: si stima fino al 90-95% la scomparsa delle lingue del mondo entro il secolo.

La questione ci sembra tanto più grave in quanto produce nei Paesi non anglofoni una servitù dai Paesi “produttori” di lingua inglese così come oggi si ha una vera e propria ineluttabile dipendenza in termini di energia dai Paesi produttori di petrolio.

Si tratta di un processo che insieme alla progressiva perdita della propria lingua produce squilibri e discriminazioni sempre maggiori e per certi versi incalcolabili tra Paesi e popoli anglofoni, i quali sempre di più allargano la loro sfera di influenza politica, sociale ed economica sul resto del mondo, e Paesi e popoli non anglofoni, i quali subiscono tale influenza (si vedano in proposito anche le considerazioni di Claude Piron su dotsub.com).

In Italia su mille giovani dai 18 ai 35 anni alla domanda “Ritieni che il sistema linguistico europeo, incentrato sull’uso dell’inglese, possa favorire i giovani di madrelingua inglese, rispetto a tutti gli altri?” hanno risposto, nella maggioranza schiacciante del 73 percento, (fonte Forum Nazionale Giovani).

Per affermare la democrazia linguistica in Europa e nel mondo, per dire “basta” al monopolio linguistico anglofono, per dire “basta” alle discriminazioni linguistiche tra popoli anglofoni e popoli che hanno lingue madri diverse dall’inglese, per dire “basta” alla nuova campagna di colonizzazione linguistica di Gordon Brown nel continente asiatico e che ha l’obiettivo di formare solo in India ben 750.000 docenti-soldato di inglese.

RECAPITI, INFORMAZIONI, SPOT, VOLANTINO, LOCANDINA

ERA Onlus, associazione per il Diritto alla lingua e per la Democrazia linguistica internazionale è in Via di Torre Argentina 76 Roma 00186.

www.democrazialinguistica.it; tel. 0668979.380/308/797, 3490818387; fax 0623312033;
posta el. <
info@democrazialinguistica.it>.

Per vedere il messaggio del Primo Ministro inglese Gordon Brown che annuncia ulteriori nuove risorse finanziare al British Council allo scopo di conquistare linguisticamente i mercati asiatici e non solo (sottotitoli in 6 lingue):

http://dotsub.com/films/ukdeclares/index.php

Per vedere le considerazioni di Claude Piron in merito alla sfida linguistica (sottotitoli in 22 lingue):
http://dotsub.com/films/thelanguage/index.php

SPOT

Troverete le due simpatiche versioni ai seguenti collegamenti, è
sufficiente scaricarli e sono pronti per essere trasmessi:
http://www.democrazialinguistica.it/4/spot_ERA_21feb_lungo.mp3
http://www.democrazialinguistica.it/4/spot_ERA_21feb_corto.mp3

VOLANTINO E LOCANDINA

volantino e la locandina da stampare potete trovarli qui:

http://www.democrazialinguistica.it/4/volantino_A4_bn.pdf
http://www.democrazialinguistica.it/4/locandina_A3.pdf


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Wednesday, November 21, 2007

L’esperanto serve per salvare tutte le lingue, compreso l’italiano

Gli esperantisti non vogliono che l’esperanto sia la sola lingua parlata al mondo. Che ci sia una sola lingua al mondo lo vogliono i parlanti di inglese, i loro governi e le loro industrie culturali (piu’ il mercato e’ grande, piu’ si vende).

L’esperanto non vuole soppiantare nessuna lingua e nessuna cultura, perche’ non ha dietro di se’ nessun esercito, nessuna industria culturale, nessuna volonta’ di dominio del mondo. Noi vogliamo proteggere le lingue esistenti perche’ continuino ad esistere.

Noi collaboriamo con tutte le associazioni che cercano di proteggere l’italiano, ormai destinato alla sparizione secondo i nostri politici di destra e di sinistra e secondo gli intellettuali gia’ colonizzati.

Percio’, con piacere, pubblico questo testo di Anna Maria Campogrande sui problemi dell’italiano a Bruxelles.

Renato Corsetti

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Giugno 2007

“Salviamo l’italiano per salvare l’Europa”

La questione linguistica in seno all’Europa comunitaria, in genere, e in particolare per quanto concerne l’italiano, è male impostata non solo dai faccendieri infiltrati nelle istituzioni europee ma dagli Italiani stessi.  É per questo che la situazione si è degradata a tal punto che negli ultimi anni l’italiano è stato messo da parte con successivi colpi di mano che non trovano alcuna giustificazione né dal punto di vista della legalità, né da quello della legittimità tenuto conto del peso storico, demografico, politico, economico e culturale dell’Italia in seno alla Comunità Europea.

È il presupposto di partenza che è sbagliato nella misura in cui la questione linguistica non solo non è regolata secondo la lettera e lo spirito dei Trattati ma non viene neanche affrontata in un’ottica di interesse generale dell’Europa e al servizio del suo progetto di integrazione, progetto che dovrebbe comportare la messa a disposizione dei cittadini europei di tutto il patrimonio culturale comune, ma solo in un’assurda logica di espansionismo coloniale e di “business”. Il processo di integrazione dell’Europa è invece ben altro che un’impresa di carattere commerciale.

Le cosiddette lingue internazionali che sono diventate tali attraverso le conquiste militari, la colonizzazione e lo sfruttamento di popolazioni inermi, non sono necessariamente le più importanti e le più adeguate a costruire l’Europa, a rappresentarla, a diffonderne i valori, a educare i giovani europei al vivere insieme.  All’interno delle frontiere dell’Europa le lingue più importanti sono quelle che le hanno conferito identità, sono quelle il cui spessore culturale brilla di luce propria sull’intero pianeta, sono quelle il cui peso demografico le rende imprescindibili. I locutori extra-europei dei vari Paesi del Mondo, non contano perché non sono “cittadini europei” e i loro Paesi non sono coinvolti nel processo di integrazione che investe l’Europa.

La componente italiana, presente sin dalla nascita del progetto di integrazione, fa parte del tessuto connettivo della costruzione europea e vi assume un ruolo fondamentale.Far sparire l’italiano dal contesto di integrazione dell’Europa sarebbe un inammissibile raggiro, una frode nei confronti di tutti i cittadini europei.

L’italiano pur non essendosi imposto attraverso le conquiste militari è, di fatto, una lingua internazionale, appresa e parlata nel mondo intero per l’accesso che dà allo straordinario patrimonio archeologico, artistico, culturale, spirituale che l’Italia possiede. L’italiano è la lingua della musica e della cultura, conosciuta in tutta l’America Latina non solo a motivo dell’immigrazione ma grazie al modello culturale che la lingua veicola, è la lingua della Santa Sede, della Repubblica di San Marino ed è una delle tre lingue ufficiali della Svizzera, è la lingua della Pace e della Nonviolenza e resta, malgrado tutto, la sola, vera, naturale “lingua franca” di tutto il bacino mediterraneo. L’italiano è una lingua chiara, armoniosa, logica e rigorosa, matrice della creatività italiana, gioiello del patrimonio culturale europeo, non vedo veramente perché mai dovrebbe, in seno al processo di costruzione dell’Europa, lasciare il passo ad altre lingue per farsi rappresentare. Permettere che si compia un tale misfatto significherebbe spogliare l’insieme dei citadini europei di una dimensione irrimpiazzabile del retaggio culturale che gli appartiene.

Anna Maria Campogrande

Presidente di Athena

Associazione per la Difesa delle Lingue ufficiali della Comunità Europea

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Sunday, October 28, 2007

Le lingue in Europa - Risposta a Leonard Orban!

Leonard Orban, commissario europeo per il multilinguismo ha rivolto una domanda al pubblico europeo:
“Cosa pensate delle lingue in Europa?”.

La risposta migliore che ho trovato e’ quella di uno psicologo svizzero: Claude Piron di Ginevra. 


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Signor Commissario, La ringrazio per aver invitato dei semplici cittadini ad esprimere il proprio parere. Lo ritengo un simpatico segno di rispetto per l’ “uomo della strada”.

Il problema  delle lingue in Europa è caratterizzato dalla tensione  tra due bisogni in apparenza contraddittori: il bisogno di comunicare in modo efficace ed il bisogno di rispettare uguaglianza ed anche identità di ognuno. Avvalersi dell’inglese non è democratico, anzi porta  la maggior parte degli Europei all’afasia. Osservi la comunicazione tra due cittadini Europei, di lingua non germanica, sulla trentina e che abbiano studiato l’inglese per sei o sette anni durante l’iter scolastico. Vi reperirà tutti i sintomi dell’afasia: frasi  spezzettate, costante ricerca della parola voluta, necessità di numerose ripetizioni per poter capire, pronuncia bloccata o disturbata di alcuni fonemi, ecc. Quanto all’ investimento necessario in tempo e fatica, il risultato è piuttosto deludente e riconducibile alla non adattabilità dell’inglese alle esigenze della comunicazione interculturale. Prova oggettiva ne è che un investimento 10 volte minore dà un esito decisamente migliore, laddove la lingua di comunicazione venga scelta con più discernimento.

Non solo avvalersi dell’inglese non è democratico, ma nel modo stesso di presentare il problema alle popolazioni  si annida un drammatico deficit di democrazia . Autorità, mass media, élite intellettuale orchestrano, anche in buona fede, un gigantesco inganno collettivo.

1.   
Viene fatto credere ai non anglofoni che sia possibile imparare bene l’inglese. Questo è vero solo per una limitata percentuale di coloro che parlano una lingua germanica o per coloro che hanno i mezzi di frequentare per 4 o 5 anni una università di lingua inglese, anche se  una disuguaglianza tra anglofoni e non anglofoni permane comunque. Inganno. Da una ricerca condotta ad Hannover su 3700 studenti con 8 – 10 anni d’inglese alle spalle, emerge che solo l’1% è stato classificato nella categoria “ottimo” e il 4% nella categoria “buono”, in base alle percentuali di successo  riferite al test di lingua. (Oltretutto questi ragazzi si illudevano sulle proprie capacità, ritenendosi il 34% di livello “ottimo” ed il 38% di livello “buono”).

2.   
Viene fatto credere che sia possibile imparare bene l’inglese attraverso l’insegnamento scolastico. La maggior parte dei giovani si lascia ingannare su questo punto e si capisce perché.  Dal punto di vista psicologico infatti è più comodo lasciarsi ingannare piuttosto che dover affrontare la realtà e rendersi conto di essere stati presi in giro. La tendenza  a scambiare i propri desideri con la realtà è complice dell’inganno.

3.   
Viene fatto credere che una volta imparato l’inglese sia possibile comunicare ovunque nel mondo. Inganno. Nell’Europa continentale oltre il 90% della popolazione non è in grado di capire un brano di inglese corrente. Provi in Polonia o in Francia ad esprimersi in inglese con persone incontrate per strada  e si accorgerà di essere stato ingannato sull’universalità dell’inglese.

4.   
Viene fatto credere che lo status dell’inglese come unica lingua globale sia definitivo, che la cosa sia ineluttabile e che pertanto sarebbe assurda la proposta di passare ad altro sistema, fosse anche a termine. La storia insegna che un simile giudizio ha buone probabilità di essere smentito più che di essere convalidato . Nessuno conosce il futuro. Presentare una congettura come un dato di fatto significa ingannare il prossimo.

5.   
Si opera un inganno quando viene taciuto che per molti versi la fonetica dell’inglese ne fa una lingua particolare, più difficile da pronunciare di gran parte delle altre lingue per la maggioranza della popolazione. Si evita di dire che i tanti suoni vocalici dell’inglese (24) e la presenza di suoni come il /th/ sono una fonte costante di malintesi o di pronuncie ridicole (sentire e riprodurre la differenza tra *fourteen*, *fourty*, *thirteen*, *thirty*, oppure tra *soaks*, *socks*, *sucks*,  *sacks*, *sex*, *six*. *seeks*, ecc.,  è fuori portata per la maggior parte dei non anglofoni.)

6.   
Si opera un inganno quando si evita di sottolineare che per acquisire la padronanza lessicale dell’ inglese occorre una fatica doppia rispetto a quella necessaria per un’altra lingua. In quasi tutte le lingue si riscontra un collegamento formale che agevola la memorizzazione di nozioni connesse: si fa derivare *lunare* da *luna*, *dentista* da *dente*, *disarmo* da *arma*. In inglese invece occorre ogni volta imparare due parole diverse: *moon*/*lunar*, *tooth*/*dentist*, *weapon*/*disarmament*. Inoltre non si ha una buona padronanza dell’inglese se non si conoscono migliaia di doppioni del tipo *buy*/*purchase*, *read*/*peruse*, *freedom*/*liberty*, *threat*/*menace*, ecc. La maggior parte delle lingue funziona benissimo senza un simile ingombro lessicale.

7.   
Viene fatto credere che l’inglese sia una lingua precisa quanto la maggior parte delle altre lingue. Inganno. L’inglese è decisamente più approssimativo, per via dei pochi riferimenti grammaticali e dei campi semantici spesso troppo vasti, come ad esempio:

a) *Develop an industry* può significare  tanto “creare una industria” quanto  “sviluppare  una industria già esistente”.

b) *Bush warned against attacking Iran* può significare  “Bush ha consigliato di non attaccare l’Iran” oppure “Bush (è) messo in guardia (da qualcun altro) contro l’idea di attaccare l’Iran”.

c) Una interprete di mia conoscenza ha iniziato col tradurre *Iraqis today have no power* con “gli iracheni non hanno potere”, laddove il successivo svolgimento del discorso indicava che si sarebbe dovuto tradurre con “In Irak oggi non c’è corrente elettrica”.

d) *English teacher* può riferirsi correttamente sia ad un professore di inglese che insegni la matemateca che ad un professore ungherese che insegni l’inglese.
Potrei moltiplicare gli esempi, ma questi quattro sono sufficienti . Ho lavorato con parecchie lingue e nessuna è  così ambigua. Ciò è particolarmente deplorevole, specie per i testi giuridici e scientifici.

8.   
Si opera un inganno quando si fa credere che l’esperanto è un passatempo, una cosa da dilettanti,  che non funziona. Ebbene, se lo paragoniamo, nella pratica, ad altri linguaggi internazionali, cioè ad una  buona conoscenza dell’ inglese,  al broken English, all’ interpretazione simultanea o consecutiva, alla mimica o al linguaggio maccheronico, ecc. ci si rende conto della sua superiorità. Infatti con l’esperanto non si è costretti ad investire un solo centesimo nella comunicazione linguistica  ed essendo l’impegno decisamente minore (sei mesi di studio dell’esperanto danno una capacità di comunicazione che in un’altra lingua, inglese compreso, non viene raggiunta nemmeno dopo sei anni), il rapporto costo-efficacia risulta senz’altro più favorevole rispetto ad altri sistemi (vedi Claude Piron, “Communication linguistique: Étude comparative faite sur le terrain, *Language Problems & Language Planning*, vol. 26, 1, 23-50 o
<
http://claudepiron.free.fr/articlesenfrancais/etudesurterrain.htm>).

9.   
 Viene fatto credere che l’inglese sia  l’unica risposta alla sfida della diversità linguistica e che i costi che ne scaturiscono siano trascurabili e non riducibili. Inganno. La sostituzione dell’inglese con l’esperanto porterebbe ad una apprezzabile riduzione dei costi sia nell’insegnamento che nelle relazioni internazionali. Inoltre viene fatto credere che il monopolio quasi totale dell’inglese nell’insegnamento sarebbe un vantaggio e non un inconveniente. Si evita di dire che la sua sostituzione con l’esperanto consentirebbe di dedicare ad altri idiomi centinaia di ore di lezione, rendendo in tal modo possibile una effettiva diversificazione nell’insegnamento delle lingue. La scuola tornerebbe a rispecchiare la diversità culturale invece di essere costretta a influenzare gli studenti  con un’unica cultura presentata  di fatto come superiore alle altre.

Insomma, l’organizzazione linguistica dell’Europa e del mondo in generale si regge su una impressionante serie di inganni, reiterati da un discorso all’altro, da un articolo all’altro, sia  perché i propagatori delle falsità sono in malafede, sia – ed è sicuramente il caso più frequente — perché ripetono quanto viene detto senza curarsi di verificare i fatti.

Signor Commissario, Lei conta di fare qualcosa e conta di fare qualcosa la Commissione per ristabilire la verità e consentire agli Europei di scegliere un regime linguistico in piena consapevolezza?

Ci auguriamo di sì, perché se si continuerà sulla via dell’inerzia, capiremo  che la democrazia non avrà più nulla da aspettarsi dalle istituzioni europee. Infatti qualsiasi inganno, anche se divulgato in buona fede, apre la porta alle derive  antidemocratiche.

Posted by Korseti in 19:38:05 | Permalink | Comments (5)